Si viveva in una democrazia.
O almeno così ci sembrava.
Non era una convinzione proclamata, era qualcosa di più sottile: una sensazione diffusa, quasi inconscia. La democrazia come aria. Come sfondo. Come presupposto. Non la si nominava, perché sembrava scontata. Era lì, come il pavimento sotto i piedi: ci camminavi sopra senza chiederti se avrebbe retto.
Ci si sentiva al sicuro. In pace. Almeno noi, da queste parti. Da queste latitudini fortunate, abituate a osservare il mondo da una distanza che sembrava proteggerci. Io mi sentivo sufficientemente al sicuro. I miei amici, le mie famiglie, le persone intorno a me. Non al riparo da tutto – le difficoltà c’erano – ma al riparo dall’impensabile. Dall’idea che certi confini potessero rompersi davvero.
E invece no.
Non eravamo al sicuro.
Solo distratti.
La cosa più inquietante è che non è successo all’improvviso. Non c’è stato un giorno preciso, una data da cerchiare in rosso sul calendario. Non una notte in cui tutto è crollato. È successo lentamente. Così lentamente da non essere percepito come pericolo.
Ci siamo abituati.
Alla tensione.
Alla semplificazione.
Al linguaggio che si induriva.
All’idea che certi diritti fossero negoziabili.
Alla normalizzazione di ciò che, solo pochi anni prima, avremmo trovato inaccettabile.
Non siamo stati profondamente consapevoli. E forse questa è la responsabilità più grande che dobbiamo riconoscerci: non l’aver sbagliato, ma l’aver smesso di vigilare.
Pensavamo di vivere in un’era serena. Non perfetta, certo. Ma stabile. Un’epoca che, dopo il grande trauma del Novecento, aveva imparato la lezione. Ce lo raccontavamo così: dopo l’ultimo dopoguerra, la ricostruzione; poi la rinascita degli anni Sessanta; quindi, l’illusione del benessere diffuso, degli anni Ottanta e Novanta, quando sembrava che la crescita fosse infinita, che il progresso fosse una linea retta, che la pace fosse un’acquisizione irreversibile.
E invece no. Quello che abbiamo vissuto era solo una pausa. Una tregua. Una sospensione.
La storia non procede in linea retta. Non lo ha mai fatto. Ma continuiamo a comportarci come se potesse farlo. Come se bastasse aver attraversato un orrore per essere immuni dal suo ritorno. Come se la memoria, da sola, fosse una garanzia.
La storia non insegna mai. O meglio: insegna, ma non viene ascoltata.
Perché ascoltare la storia richiede umiltà. E l’umiltà è una virtù scomoda. Richiede di riconoscere che non siamo migliori di chi ci ha preceduto. Che non siamo più intelligenti, né più giusti, né più evoluti in senso morale. Abbiamo solo strumenti diversi. E spesso li usiamo male.
C’è troppa arroganza.
Arroganza di chi pensa che il proprio punto di vista sia l’unico possibile. Arroganza di chi confonde il consenso con la verità. Arroganza di chi crede che la forza giustifichi tutto, purché sia esercitata dalla parte “giusta”.
C’è troppa stupidità.
Stupidità nel senso più grave del termine: non mancanza di intelligenza, ma rifiuto di pensare. Il pensiero richiede tempo, dubbio, fatica. La stupidità è comoda: semplifica, divide, rassicura. Dice chi è il nemico, indica dove stare, promette protezione in cambio di obbedienza.
C’è troppo egoismo.
Un egoismo travestito da autodifesa, da diritto, da libertà individuale. Un egoismo che dimentica che nessuna libertà esiste se non è condivisa, se non è difesa insieme, se non è pensata anche per gli altri.
E poi c’è la voglia di sopraffazione.
Quella non è mai scomparsa. È solo rimasta in attesa, sotto la superficie. Aspetta i momenti di crisi, di paura, di insicurezza per riemergere. Perché quando le persone hanno paura, accettano quasi tutto.
Anche l’ingiustizia.
Anche la violenza.
Anche la rinuncia ai propri diritti, purché qualcuno prometta ordine.
La fragilità della democrazia sta tutta qui: non nel fatto che possa essere attaccata dall’esterno, ma nel fatto che possa essere erosa dall’interno. Giorno dopo giorno. Parola dopo parola. Scelta dopo scelta.
La democrazia non muore sempre con un colpo di Stato. Spesso muore per assuefazione. Per stanchezza. Per cinismo. Perché smettiamo di crederci davvero e iniziamo a considerarla un fastidio, una lentezza, un ostacolo all’efficienza.
E allora arriva il momento in cui ci guardiamo intorno e diciamo: “Non ci sentiamo più al sicuro.” Ma a quel punto il terreno ha già iniziato a cedere.
La sicurezza non è solo assenza di guerra. È fiducia nelle istituzioni. È possibilità di dissentire senza paura. È rispetto delle regole anche quando non conviene. È tutela delle minoranze, anche quando sono scomode. È linguaggio misurato, non perché imposto, ma perché scelto.
Quando tutto questo si indebolisce, la democrazia resta in piedi solo formalmente. Come una casa con le pareti integre e le fondamenta scavate.
Forse l’errore più grande è stato pensare che il benessere fosse una garanzia morale. Che il comfort producesse automaticamente civiltà. Che la crescita economica fosse sinonimo di maturità collettiva.
Ma la storia ci dice il contrario: le crisi non creano i mostri, li rivelano. Rivelano ciò che era già lì, latente.
Oggi non serve gridare al collasso. Serve qualcosa di più difficile: riconoscere la fragilità. Accettare che ciò che davamo per acquisito non lo è più. E decidere, individualmente e collettivamente, se vogliamo ancora prendercene cura.
Perché la democrazia non è uno stato naturale. È una pratica. Una pratica quotidiana, faticosa, imperfetta. Richiede attenzione, memoria, responsabilità. Richiede persone disposte a rinunciare a qualcosa – potere, vantaggio, semplificazione – per proteggere qualcosa di più grande.
Forse siamo ancora in tempo. Ma solo se smettiamo di raccontarci che “non ce ne siamo accorti” come fosse un alibi. Accorgersene ora è già un atto politico. Parlarne senza slogan è già resistenza. Rifiutare la sopraffazione, anche quando sembra conveniente, è già una scelta.
La storia non insegna da sola.
Insegna solo a chi ha il coraggio di ascoltarla.
LETTERA DAL FUTURO (…PROSSIMO?!?
Si viveva in una democrazia.
O almeno così ci sembrava.
Non era una convinzione proclamata, era qualcosa di più sottile: una sensazione diffusa, quasi inconscia. La democrazia come aria. Come sfondo. Come presupposto. Non la si nominava, perché sembrava scontata. Era lì, come il pavimento sotto i piedi: ci camminavi sopra senza chiederti se avrebbe retto.
Ci si sentiva al sicuro. In pace. Almeno noi, da queste parti. Da queste latitudini fortunate, abituate a osservare il mondo da una distanza che sembrava proteggerci. Io mi sentivo sufficientemente al sicuro. I miei amici, le mie famiglie, le persone intorno a me. Non al riparo da tutto – le difficoltà c’erano – ma al riparo dall’impensabile. Dall’idea che certi confini potessero rompersi davvero.
E invece no.
Non eravamo al sicuro.
Solo distratti.
La cosa più inquietante è che non è successo all’improvviso. Non c’è stato un giorno preciso, una data da cerchiare in rosso sul calendario. Non una notte in cui tutto è crollato. È successo lentamente. Così lentamente da non essere percepito come pericolo.
Ci siamo abituati.
Alla tensione.
Alla semplificazione.
Al linguaggio che si induriva.
All’idea che certi diritti fossero negoziabili.
Alla normalizzazione di ciò che, solo pochi anni prima, avremmo trovato inaccettabile.
Non siamo stati profondamente consapevoli. E forse questa è la responsabilità più grande che dobbiamo riconoscerci: non l’aver sbagliato, ma l’aver smesso di vigilare.
Pensavamo di vivere in un’era serena. Non perfetta, certo. Ma stabile. Un’epoca che, dopo il grande trauma del Novecento, aveva imparato la lezione. Ce lo raccontavamo così: dopo l’ultimo dopoguerra, la ricostruzione; poi la rinascita degli anni Sessanta; quindi, l’illusione del benessere diffuso, degli anni Ottanta e Novanta, quando sembrava che la crescita fosse infinita, che il progresso fosse una linea retta, che la pace fosse un’acquisizione irreversibile.
E invece no. Quello che abbiamo vissuto era solo una pausa. Una tregua. Una sospensione.
La storia non procede in linea retta. Non lo ha mai fatto. Ma continuiamo a comportarci come se potesse farlo. Come se bastasse aver attraversato un orrore per essere immuni dal suo ritorno. Come se la memoria, da sola, fosse una garanzia.
La storia non insegna mai. O meglio: insegna, ma non viene ascoltata.
Perché ascoltare la storia richiede umiltà. E l’umiltà è una virtù scomoda. Richiede di riconoscere che non siamo migliori di chi ci ha preceduto. Che non siamo più intelligenti, né più giusti, né più evoluti in senso morale. Abbiamo solo strumenti diversi. E spesso li usiamo male.
C’è troppa arroganza.
Arroganza di chi pensa che il proprio punto di vista sia l’unico possibile. Arroganza di chi confonde il consenso con la verità. Arroganza di chi crede che la forza giustifichi tutto, purché sia esercitata dalla parte “giusta”.
C’è troppa stupidità.
Stupidità nel senso più grave del termine: non mancanza di intelligenza, ma rifiuto di pensare. Il pensiero richiede tempo, dubbio, fatica. La stupidità è comoda: semplifica, divide, rassicura. Dice chi è il nemico, indica dove stare, promette protezione in cambio di obbedienza.
C’è troppo egoismo.
Un egoismo travestito da autodifesa, da diritto, da libertà individuale. Un egoismo che dimentica che nessuna libertà esiste se non è condivisa, se non è difesa insieme, se non è pensata anche per gli altri.
E poi c’è la voglia di sopraffazione.
Quella non è mai scomparsa. È solo rimasta in attesa, sotto la superficie. Aspetta i momenti di crisi, di paura, di insicurezza per riemergere. Perché quando le persone hanno paura, accettano quasi tutto.
Anche l’ingiustizia.
Anche la violenza.
Anche la rinuncia ai propri diritti, purché qualcuno prometta ordine.
La fragilità della democrazia sta tutta qui: non nel fatto che possa essere attaccata dall’esterno, ma nel fatto che possa essere erosa dall’interno. Giorno dopo giorno. Parola dopo parola. Scelta dopo scelta.
La democrazia non muore sempre con un colpo di Stato. Spesso muore per assuefazione. Per stanchezza. Per cinismo. Perché smettiamo di crederci davvero e iniziamo a considerarla un fastidio, una lentezza, un ostacolo all’efficienza.
E allora arriva il momento in cui ci guardiamo intorno e diciamo: “Non ci sentiamo più al sicuro.” Ma a quel punto il terreno ha già iniziato a cedere.
La sicurezza non è solo assenza di guerra. È fiducia nelle istituzioni. È possibilità di dissentire senza paura. È rispetto delle regole anche quando non conviene. È tutela delle minoranze, anche quando sono scomode. È linguaggio misurato, non perché imposto, ma perché scelto.
Quando tutto questo si indebolisce, la democrazia resta in piedi solo formalmente. Come una casa con le pareti integre e le fondamenta scavate.
Forse l’errore più grande è stato pensare che il benessere fosse una garanzia morale. Che il comfort producesse automaticamente civiltà. Che la crescita economica fosse sinonimo di maturità collettiva.
Ma la storia ci dice il contrario: le crisi non creano i mostri, li rivelano. Rivelano ciò che era già lì, latente.
Oggi non serve gridare al collasso. Serve qualcosa di più difficile: riconoscere la fragilità. Accettare che ciò che davamo per acquisito non lo è più. E decidere, individualmente e collettivamente, se vogliamo ancora prendercene cura.
Perché la democrazia non è uno stato naturale. È una pratica. Una pratica quotidiana, faticosa, imperfetta. Richiede attenzione, memoria, responsabilità. Richiede persone disposte a rinunciare a qualcosa – potere, vantaggio, semplificazione – per proteggere qualcosa di più grande.
Forse siamo ancora in tempo. Ma solo se smettiamo di raccontarci che “non ce ne siamo accorti” come fosse un alibi. Accorgersene ora è già un atto politico. Parlarne senza slogan è già resistenza. Rifiutare la sopraffazione, anche quando sembra conveniente, è già una scelta.
La storia non insegna da sola.
Insegna solo a chi ha il coraggio di ascoltarla.
Condividi Articolo
Continua a leggere
Articoli simili
TENTATIVO MALDESTRO DI NOMINARE IL BRENCO, DOPO L’ASSURDITÀ LUNGIMIRANTE DI FOSCO MARAINI
Il Brenco non sbaluffa né tralìa e a mala pena sgrigna quando inciampa, ma se la sera smorla e si ritìa s’arrancia storto e frèmbola
DEMOCRAZIA A GEOMETRIA VARIABILE
L’arresto di Nicolás Maduro da parte degli Stati Uniti – annunciato, rivendicato e avvolto nella consueta retorica morale – non è uno scandalo diplomatico. È
LA QUERELA DI UN POPOLO È UN ATTO D’AMORE
Quando un popolo querela sé stesso, ritrova la propria dignità. Non è protesta, ma consapevolezza: la libertà, senza responsabilità, è solo una forma di abbandono.