Il Brenco non sbaluffa né tralìa
e a mala pena sgrigna quando inciampa,
ma se la sera smorla e si ritìa
s’arrancia storto e frèmbola di scampa.
È tardo il Brenco! Ha zolle di scarpigna
tra il fianco e il fiato, groma e stralunìa;
se fruschi ti scompiglia e ti rastìgna,
se taci ti sbrendella e va via via.
Eppure il Brenco, stanco e un poco obliquo,
che sborda e biascica nei suoi mugghianti,
ha un modo giusto, quasi antico, amico:
ti guarda e fa fardella coi silenzi.
Tu quasi gli offriresti un sorso ambiguo,
ma lui s’ingrugna, e tu… lo senti, pensi.
— — —
Il nonsense lo si considera spesso un gioco, una parentesi infantile, un esercizio di stile buono per alleggerire il discorso serio. In realtà, quando il nonsense funziona davvero, non allontana dal senso, ma lo mette sotto pressione. Non lo nega: lo espone.
Ciò che ne deriva non è assurdo perché privo di struttura, ma perché eccessivamente strutturato. La sintassi è impeccabile, il ritmo convincente, la grammatica riconoscibile. Tutto sembra al suo posto. Ed è proprio questo a inquietare. Si procede con fiducia, certi che da qualche parte il significato si rivelerà. Ma il significato non arriva. O meglio: arriva sotto forma di sospetto. Il sospetto che non sempre comprendiamo perché capiamo, ma perché riconosciamo una forma.
Il nonsense, in questo senso, è una rivelazione. Mostra che la lingua può funzionare anche quando manca il referente. Che le parole, prima ancora di dire qualcosa, suonano. Producono un effetto di senso indipendente dal contenuto. È una scoperta tutt’altro che innocente, perché ci costringe a riconsiderare il nostro rapporto quotidiano con il linguaggio.
Sotto questa apparente leggerezza si nasconde una satira precisa, quasi chirurgica. Una presa in giro che non ha bisogno di bersagli espliciti, perché colpisce il meccanismo stesso. Il linguaggio burocratico, per esempio, vive di questa ambiguità: frasi corrette, termini tecnici, costruzioni irreprensibili che spesso non chiariscono, ma schermano. Anche certa lingua accademica, quando diventa autoreferenziale, sembra parlare soprattutto a sé stessa, producendo senso come simulacro, non come strumento di conoscenza. E poi c’è una tendenza più generale, oggi diffusissima: descrivere l’indescrivibile con grande sicurezza lessicale, come se la precisione delle parole potesse sostituire il pensiero.
Il paradosso è che tutto questo somiglia molto al nonsense, solo che non ne possiede la consapevolezza. Il testo nonsense, almeno, dichiara il proprio artificio. Non finge di spiegare il mondo: lo mette in scena come problema. Ci dice, implicitamente, che il senso non è una proprietà naturale delle parole, ma una costruzione fragile, continuamente negoziata.
Oggi il nonsense appare più che mai attuale. Parla con estrema chiarezza del nostro presente linguistico: dei flussi ininterrotti di parole che attraversano i media, i documenti, i discorsi pubblici; dei linguaggi tecnici svuotati dall’abuso; di una comunicazione che suona credibile senza necessariamente significare qualcosa. Viviamo immersi in un overload linguistico continuo, in cui la forma del discorso spesso precede – e talvolta sostituisce – il contenuto.
In questo contesto, il nonsense non è una fuga, ma un gesto critico. È un modo per interrompere l’automatismo, per rendere visibile ciò che di solito resta invisibile: il fatto che comprendere non è sempre sinonimo di capire. Che possiamo essere perfettamente a nostro agio dentro un discorso e, allo stesso tempo, non afferrare nulla di ciò che conta.
Non come creatura bizzarra, dunque, ma come specchio. Qualcosa che non esiste, eppure potrebbe esistere. È descritto con cura, con coerenza, con una lingua che sembra sapere sempre dove andare. E proprio per questo ci costringe a interrogarci: quante volte accettiamo come sensato ciò che è soltanto ben costruito? Quante volte ci affidiamo alla superficie sonora delle parole per evitare il vuoto che c’è sotto?
Un testo “senza senso”, allora, non è l’opposto di un testo significativo. È, semmai, un testo che smaschera il meccanismo del senso. Che ci ricorda quanto sia facile confondere la correttezza formale con la verità, la complessità con la profondità, la sicurezza lessicale con la comprensione.
Ciò che dico non esiste.
Ma potrebbe esistere.
Ed è in questa possibilità – insieme inquietante e divertita – che il nonsense smette di essere gioco e diventa pensiero.
TENTATIVO MALDESTRO DI NOMINARE IL BRENCO, DOPO L’ASSURDITÀ LUNGIMIRANTE DI FOSCO MARAINI
Il Brenco non sbaluffa né tralìa
e a mala pena sgrigna quando inciampa,
ma se la sera smorla e si ritìa
s’arrancia storto e frèmbola di scampa.
È tardo il Brenco! Ha zolle di scarpigna
tra il fianco e il fiato, groma e stralunìa;
se fruschi ti scompiglia e ti rastìgna,
se taci ti sbrendella e va via via.
Eppure il Brenco, stanco e un poco obliquo,
che sborda e biascica nei suoi mugghianti,
ha un modo giusto, quasi antico, amico:
ti guarda e fa fardella coi silenzi.
Tu quasi gli offriresti un sorso ambiguo,
ma lui s’ingrugna, e tu… lo senti, pensi.
— — —
Il nonsense lo si considera spesso un gioco, una parentesi infantile, un esercizio di stile buono per alleggerire il discorso serio. In realtà, quando il nonsense funziona davvero, non allontana dal senso, ma lo mette sotto pressione. Non lo nega: lo espone.
Ciò che ne deriva non è assurdo perché privo di struttura, ma perché eccessivamente strutturato. La sintassi è impeccabile, il ritmo convincente, la grammatica riconoscibile. Tutto sembra al suo posto. Ed è proprio questo a inquietare. Si procede con fiducia, certi che da qualche parte il significato si rivelerà. Ma il significato non arriva. O meglio: arriva sotto forma di sospetto. Il sospetto che non sempre comprendiamo perché capiamo, ma perché riconosciamo una forma.
Il nonsense, in questo senso, è una rivelazione. Mostra che la lingua può funzionare anche quando manca il referente. Che le parole, prima ancora di dire qualcosa, suonano. Producono un effetto di senso indipendente dal contenuto. È una scoperta tutt’altro che innocente, perché ci costringe a riconsiderare il nostro rapporto quotidiano con il linguaggio.
Sotto questa apparente leggerezza si nasconde una satira precisa, quasi chirurgica. Una presa in giro che non ha bisogno di bersagli espliciti, perché colpisce il meccanismo stesso. Il linguaggio burocratico, per esempio, vive di questa ambiguità: frasi corrette, termini tecnici, costruzioni irreprensibili che spesso non chiariscono, ma schermano. Anche certa lingua accademica, quando diventa autoreferenziale, sembra parlare soprattutto a sé stessa, producendo senso come simulacro, non come strumento di conoscenza. E poi c’è una tendenza più generale, oggi diffusissima: descrivere l’indescrivibile con grande sicurezza lessicale, come se la precisione delle parole potesse sostituire il pensiero.
Il paradosso è che tutto questo somiglia molto al nonsense, solo che non ne possiede la consapevolezza. Il testo nonsense, almeno, dichiara il proprio artificio. Non finge di spiegare il mondo: lo mette in scena come problema. Ci dice, implicitamente, che il senso non è una proprietà naturale delle parole, ma una costruzione fragile, continuamente negoziata.
Oggi il nonsense appare più che mai attuale. Parla con estrema chiarezza del nostro presente linguistico: dei flussi ininterrotti di parole che attraversano i media, i documenti, i discorsi pubblici; dei linguaggi tecnici svuotati dall’abuso; di una comunicazione che suona credibile senza necessariamente significare qualcosa. Viviamo immersi in un overload linguistico continuo, in cui la forma del discorso spesso precede – e talvolta sostituisce – il contenuto.
In questo contesto, il nonsense non è una fuga, ma un gesto critico. È un modo per interrompere l’automatismo, per rendere visibile ciò che di solito resta invisibile: il fatto che comprendere non è sempre sinonimo di capire. Che possiamo essere perfettamente a nostro agio dentro un discorso e, allo stesso tempo, non afferrare nulla di ciò che conta.
Non come creatura bizzarra, dunque, ma come specchio. Qualcosa che non esiste, eppure potrebbe esistere. È descritto con cura, con coerenza, con una lingua che sembra sapere sempre dove andare. E proprio per questo ci costringe a interrogarci: quante volte accettiamo come sensato ciò che è soltanto ben costruito? Quante volte ci affidiamo alla superficie sonora delle parole per evitare il vuoto che c’è sotto?
Un testo “senza senso”, allora, non è l’opposto di un testo significativo. È, semmai, un testo che smaschera il meccanismo del senso. Che ci ricorda quanto sia facile confondere la correttezza formale con la verità, la complessità con la profondità, la sicurezza lessicale con la comprensione.
Ciò che dico non esiste.
Ma potrebbe esistere.
Ed è in questa possibilità – insieme inquietante e divertita – che il nonsense smette di essere gioco e diventa pensiero.
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