Avrebbe potuto essere un gran film.
Un casting eccezionale di attrici magistrali, le cito nell’ordine in cui le ho apprezzate: Luisa Ranieri, Vanessa Scalera, Carla Signoris, Milena Vukotic, Lunetta Savino, Mara Venier (incredibile ma vero), Anna Ferzetti, eccetera, perché sono tante e ognuna meriterebbe menzione.
Anche Stefano Accorsi ribadisce la sua arte.
Un “vaginodromo“, come definisce la Cucciari (unica che non mi è piaciuta, sa fare solo sè stessa) in una sartoria dove si confezionano costumi per cinema e teatro, anni 70.
Ogni donna una storia personale che nel lavoro quotidiano condivide con le colleghe.
Nella coralità di azione il lavoro come sentimento e realizzazione.
La sorellanza ma anche la competizione che lega e slega personalità differenti e uniche.
Un pranzo di Babette che infine pacifica .
Un abito meraviglioso prodotto dall’orgoglio più che dalla perizia di un team di donne speciali come speciale è ogni donna col suo presente lavorativo e famigliare.
Sarebbe potuto essere uno dei film migliori di Ozpetek se in meta narrazione non ci avesse rifilato i preparativi del film stesso; lui e le sue attrici che leggono il copione, con una Sofia Elena Ricci che vi rinuncia per stare accanto ad una amica malata (sic), ma compare alla fine, vestita come la Madonna della Saletta (sic), nel peggio della pellicola che cassa il significante femminile e femminista di tutto.
Ozpetek ci tiene a sottolineare che il racconto lo fa lui, maschio, che ogni scena, parola, atto filtra attraverso il suo occhio, maschio. E che il regista sia gay non emenda.
Peccato.
Sarebbe potuto essere un gran film sull’universo femminile invece si blocca sul “vaginodromo“.
L’incursione nell’epilogo del demiurgo è una operazione fallocratica che irrita e sfregia un’opera altrimenti davvero pregevole.