nulla è più importante di ciò che sembra insignificante

ETTORE SQUILLACE – BALLERINO, COREOGRAFO, REGISTA, INSEGNANTE

Ettore Squillace, ballerino e coreografo, ha contribuito con la sua professionalità alla riuscita di molti spettacoli teatrali. Ci vuoi spiegare in cosa consiste il tuo lavoro, parlandoci dell’ultima messinscena di “Festa di Piedigrotta” al Teatro Trianon con la regia di Nello Mascia?

Il lavoro del coreografo non consiste soltanto nel creare passi di danza, ma nel trasformare in movimento le emozioni, i personaggi e l’anima stessa dello spettacolo. In teatro ogni gesto deve avere un significato e contribuire al racconto scenico.
In Festa di Piedigrotta, al Teatro Trianon, con la regia di Nello Mascia, ho avuto il compito di costruire un linguaggio coreografico che si integrasse con la drammaturgia di Raffaele Viviani, valorizzando la coralità dell’opera e accompagnando il grande lavoro musicale realizzato da Eugenio Bennato. Le coreografie sono state pensate non come semplici momenti danzati, ma come parte integrante della narrazione, capaci di restituire il colore, l’energia e l’umanità della Napoli raccontata da Viviani.
È stata un’esperienza artistica intensa, resa ancora più stimolante dalla collaborazione con Nello Mascia, un regista di grande sensibilità e cultura teatrale. Lavorare con una compagnia numerosa di attori, cantanti e musicisti ha richiesto un’attenta costruzione dei movimenti scenici affinché ogni elemento contribuisse a creare quel grande affresco popolare che è Festa di Piedigrotta.
Per me il successo di uno spettacolo nasce sempre dall’incontro tra regia, musica, interpretazione e movimento scenico. Quando questi elementi dialogano tra loro, il pubblico riesce a vivere un’emozione autentica, ed è proprio questo l’obiettivo che cerco di raggiungere in ogni mio lavoro.

 

Secondo te, a parte gli addetti lavori, il pubblico si rende conto di quanta fatica ci sia dietro le semplici etichette di “coreografie” o “movimenti coreografici”? Ci racconti come si costruisce una coreografia?

Spesso il pubblico vede soltanto il risultato finale e questo è comprensibile: una coreografia deve apparire naturale, fluida, quasi spontanea. In realtà dietro quelle poche parole scritte in locandina, “coreografie” o “movimenti coreografici”, ci sono settimane, a volte mesi, di studio, prove, confronti e continui aggiustamenti.
Una coreografia nasce sempre da un’idea. Prima ancora dei passi, bisogna comprendere il significato della scena, il carattere dei personaggi, il ritmo della musica e le intenzioni del regista. Da lì inizia un lavoro di costruzione che coinvolge lo spazio scenico, i tempi teatrali, gli ingressi, le uscite e la capacità degli interpreti di trasformare il movimento in emozione.
Nel teatro, poi, il compito del coreografo è ancora più complesso perché non si tratta soltanto di creare danza, ma di raccontare una storia attraverso il movimento. Ogni gesto deve avere una funzione drammaturgica e contribuire alla narrazione. Spesso si prova e si riprova una scena decine di volte, modificando dettagli che il pubblico forse non noterà singolarmente, ma che sono fondamentali per l’armonia dell’insieme.
La soddisfazione più grande arriva quando tutto questo lavoro scompare agli occhi dello spettatore e resta soltanto l’emozione. In quel momento significa che la coreografia è diventata parte integrante dello spettacolo e che il racconto scenico ha raggiunto il suo obiettivo.

 

Per anni ti sei dedicato anche alla didattica gestendo una delle migliori scuole di danza di Napoli, oggi cosa insegni?

Per molti anni la didattica è stata una parte fondamentale del mio percorso artistico. Ho avuto la fortuna di dirigere una scuola che è diventata un importante punto di riferimento per tanti giovani danzatori, accompagnandoli nella loro crescita tecnica, artistica e umana.
Oggi continuo a dedicarmi all’insegnamento, mettendo a disposizione la mia esperienza in diverse realtà. Insegno principalmente movimenti coreografici, laboratorio coreografico, modern jazz, tip tap , teatro danza e lavoro scenico, discipline che permettono agli allievi non solo di acquisire una tecnica, ma anche di sviluppare personalità, interpretazione e presenza sul palcoscenico.
Credo che il compito di un insegnante non sia soltanto quello di trasmettere passi e figure, ma di aiutare ogni allievo a trovare una propria identità artistica. È questo l’aspetto che continua ad appassionarmi maggiormente: vedere nascere e crescere nuovi talenti, fornendo loro gli strumenti per esprimersi attraverso l’arte della danza e dello spettacolo.

 

Com’è nata la tua passione per il ballo?

Com’è nata proprio non saprei, quando sono nato era già lì, era parte di me, viveva dentro di me. L’ho solo tirata fuori.

 

Quando ti sei reso conto che sarebbe diventato il tuo lavoro?

Quello lo ricordo bene! Ero andato a teatro insieme ad un mio amico e fu lì che durante lo spettacolo, mentre una coppia di ballerini eseguiva uno dei loro balletti, io mi rivolsi con decisione al mio amico e dissi: “Io farò quel lavoro!”. Beh, ci sono riuscito.

 

Per raggiungere i tuoi livelli occorrono certamente anni di impegno e di studio. Ci racconti l’evoluzione del tuo percorso artistico?

Dopo aver girato diverse scuole campane, incontrai Renato Greco che mi invitò a Roma alla sua scuola. Non glielo feci ripetere due volte: ero già in treno! Ovviamente non è stato facile perché la situazione economica della mia famiglia non era florida: lo stipendio di mio padre bastava a malapena, figuriamoci mantenere me a Roma! Però alla fine, lavorando un po’ qua e un po’ là, ce l’ho fatta. Poi i provini, i primi lavori in RAI e poi le grandi compagnie di rinomati artisti, mi hanno permesso di arricchire costantemente e sempre di più, quello che oggi è diventato il mio bagaglio di esperienze e che mi permette di dare sempre il meglio.

 

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