L’arresto di Nicolás Maduro da parte degli Stati Uniti – annunciato, rivendicato e avvolto nella consueta retorica morale – non è uno scandalo diplomatico. È qualcosa di peggio: è la fotografia nitida di un ordine mondiale che non ha più nemmeno il pudore di fingere.
La sovranità vale solo finché non intralcia. Quando diventa scomoda, viene rimossa.
Sia chiaro: Nicolás Maduro non è un governante ideale. Il suo operato presenta responsabilità gravi, repressioni, errori politici ed economici pesantissimi. Nessuna idealizzazione, nessuna assoluzione. Ma questo punto va detto con forza proprio per evitare l’inganno retorico successivo: le colpe di un governo non legittimano il sequestro di un capo di Stato da parte di una potenza straniera.
Se accettiamo questo principio, allora accettiamo che il diritto internazionale non esista più, sostituito dal giudizio discrezionale del più forte.
Chi sente il bisogno di premettere “non sto difendendo Maduro” dimostra di aver già interiorizzato il ricatto morale su cui si regge l’intero impianto occidentale. Non perché Maduro sia indifendibile, ma perché si accetta l’idea tossica secondo cui, se il nemico è sufficientemente odioso, tutto diventa lecito.
Anche il sequestro di un capo di Stato.
Anche l’uso diretto della forza.
Anche l’abolizione dei principi che si dice di voler difendere.
Non è una deviazione.
È la regola.
La democrazia, quando viene “esportata”, non arriva mai da sola. Arriva scortata da marines, sanzioni, ricatti economici e da un coro di silenzi compiacenti. Non è mai una conquista dei popoli: è una riorganizzazione del potere. Cambiano i governi, non cambiano i rapporti di forza.
L’Occidente applaude perché non ha più alternative narrative. I leader europei reciteranno un copione già scritto: “transizione”, “legalità”, “stabilità”. Parole neutre, disinfettate. Nessuno userà quella decisiva: violazione. Perché pronunciarla significherebbe ammettere che il diritto internazionale esiste solo quando conviene a chi lo invoca.
La reazione popolare venezuelana? Domanda ipocrita.
Dopo anni di sanzioni, strangolamento economico e isolamento sistematico, cosa ci si aspetta? Una rivoluzione romantica per le telecamere occidentali? La miseria non produce coscienza politica, produce sopravvivenza. E la sopravvivenza non fa notizia.
Ma il Venezuela non è il punto.
Il punto è perché adesso.
Gli Stati Uniti non sono una potenza al collasso, ma sono una potenza che sente chiaramente scivolare il terreno sotto i piedi. Il primato economico si assottiglia, quello tecnologico è conteso, quello industriale è stato sacrificato da decenni di delocalizzazioni. Resta la forza militare. E quando resta solo quella, la si usa.
Il mondo dell’intelligenza artificiale, dei data center, delle reti globali non è un mondo “green”. È un mondo energivoro, vorace, insaziabile. Servono petrolio, gas, uranio. Serve tutto ciò che per anni ci hanno raccontato di voler superare. La favola è finita. Ora conta solo chi controlla le fonti.
E guarda caso, i paesi sotto attacco permanente – Venezuela, Iran, Russia – sono esattamente quelli che possono garantire energia a chi sta sfidando davvero l’egemonia americana: la Cina. Non è ideologia. È aritmetica geopolitica.
Qui non c’è uno scontro tra democrazie e dittature. C’è uno scontro tra chi pretende di continuare a consumare, estrarre e dominare come se fosse l’unico al mondo e chi chiede di sedersi allo stesso tavolo. Una minoranza globale contro il resto del pianeta. Tutto il resto è scenografia.
L’arresto di Maduro normalizza una pratica pericolosissima: l’idea che una superpotenza possa decidere chi governa, quando cade e come viene prelevato. È un precedente che non resta confinato. Oggi tocca a un paese periferico, domani a uno strategico. Dopodomani a un alleato diventato improvvisamente scomodo.
Allo stato delle cose la presa di Taiwan da parte della Cina non è una profezia apocalittica. È una conseguenza sempre più plausibile.
Quando si insegna al mondo che la forza è l’unico linguaggio rispettato, non ci si può poi scandalizzare se qualcuno decide di parlare la stessa lingua.
Chi oggi applaude l’arresto di un presidente straniero in nome della democrazia dovrebbe porsi una domanda semplice, ma decisiva: chi decide quando è finita la democrazia?
E soprattutto: siamo davvero sicuri che quella decisione non potrà mai riguardarci?
Perché la storia insegna una cosa sola: le regole infrante per convenienza tornano sempre, prima o poi, a presentare il conto.
…e poi: l’arresto vale per tutti o solo per i nemici?
DEMOCRAZIA A GEOMETRIA VARIABILE
L’arresto di Nicolás Maduro da parte degli Stati Uniti – annunciato, rivendicato e avvolto nella consueta retorica morale – non è uno scandalo diplomatico. È qualcosa di peggio: è la fotografia nitida di un ordine mondiale che non ha più nemmeno il pudore di fingere.
La sovranità vale solo finché non intralcia. Quando diventa scomoda, viene rimossa.
Sia chiaro: Nicolás Maduro non è un governante ideale. Il suo operato presenta responsabilità gravi, repressioni, errori politici ed economici pesantissimi. Nessuna idealizzazione, nessuna assoluzione. Ma questo punto va detto con forza proprio per evitare l’inganno retorico successivo: le colpe di un governo non legittimano il sequestro di un capo di Stato da parte di una potenza straniera.
Se accettiamo questo principio, allora accettiamo che il diritto internazionale non esista più, sostituito dal giudizio discrezionale del più forte.
Chi sente il bisogno di premettere “non sto difendendo Maduro” dimostra di aver già interiorizzato il ricatto morale su cui si regge l’intero impianto occidentale. Non perché Maduro sia indifendibile, ma perché si accetta l’idea tossica secondo cui, se il nemico è sufficientemente odioso, tutto diventa lecito.
Anche il sequestro di un capo di Stato.
Anche l’uso diretto della forza.
Anche l’abolizione dei principi che si dice di voler difendere.
Non è una deviazione.
È la regola.
La democrazia, quando viene “esportata”, non arriva mai da sola. Arriva scortata da marines, sanzioni, ricatti economici e da un coro di silenzi compiacenti. Non è mai una conquista dei popoli: è una riorganizzazione del potere. Cambiano i governi, non cambiano i rapporti di forza.
L’Occidente applaude perché non ha più alternative narrative. I leader europei reciteranno un copione già scritto: “transizione”, “legalità”, “stabilità”. Parole neutre, disinfettate. Nessuno userà quella decisiva: violazione. Perché pronunciarla significherebbe ammettere che il diritto internazionale esiste solo quando conviene a chi lo invoca.
La reazione popolare venezuelana? Domanda ipocrita.
Dopo anni di sanzioni, strangolamento economico e isolamento sistematico, cosa ci si aspetta? Una rivoluzione romantica per le telecamere occidentali? La miseria non produce coscienza politica, produce sopravvivenza. E la sopravvivenza non fa notizia.
Ma il Venezuela non è il punto.
Il punto è perché adesso.
Gli Stati Uniti non sono una potenza al collasso, ma sono una potenza che sente chiaramente scivolare il terreno sotto i piedi. Il primato economico si assottiglia, quello tecnologico è conteso, quello industriale è stato sacrificato da decenni di delocalizzazioni. Resta la forza militare. E quando resta solo quella, la si usa.
Il mondo dell’intelligenza artificiale, dei data center, delle reti globali non è un mondo “green”. È un mondo energivoro, vorace, insaziabile. Servono petrolio, gas, uranio. Serve tutto ciò che per anni ci hanno raccontato di voler superare. La favola è finita. Ora conta solo chi controlla le fonti.
E guarda caso, i paesi sotto attacco permanente – Venezuela, Iran, Russia – sono esattamente quelli che possono garantire energia a chi sta sfidando davvero l’egemonia americana: la Cina. Non è ideologia. È aritmetica geopolitica.
Qui non c’è uno scontro tra democrazie e dittature. C’è uno scontro tra chi pretende di continuare a consumare, estrarre e dominare come se fosse l’unico al mondo e chi chiede di sedersi allo stesso tavolo. Una minoranza globale contro il resto del pianeta. Tutto il resto è scenografia.
L’arresto di Maduro normalizza una pratica pericolosissima: l’idea che una superpotenza possa decidere chi governa, quando cade e come viene prelevato. È un precedente che non resta confinato. Oggi tocca a un paese periferico, domani a uno strategico. Dopodomani a un alleato diventato improvvisamente scomodo.
Allo stato delle cose la presa di Taiwan da parte della Cina non è una profezia apocalittica. È una conseguenza sempre più plausibile.
Quando si insegna al mondo che la forza è l’unico linguaggio rispettato, non ci si può poi scandalizzare se qualcuno decide di parlare la stessa lingua.
Chi oggi applaude l’arresto di un presidente straniero in nome della democrazia dovrebbe porsi una domanda semplice, ma decisiva: chi decide quando è finita la democrazia?
E soprattutto: siamo davvero sicuri che quella decisione non potrà mai riguardarci?
Perché la storia insegna una cosa sola: le regole infrante per convenienza tornano sempre, prima o poi, a presentare il conto.
…e poi: l’arresto vale per tutti o solo per i nemici?
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